mercoledì 30 dicembre 2009
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Significato di alcuni gesti..
Direttamente dal sito "indagiocare.com" pubblichiamo alcuni significati dei gesti non verbali.
E' opportuno ricordare che non dobbiamo ricercare per forza un messaggio non verbale in tutte le comunicazioni; la vera arte comunicatoria sta nell'interpretare i messaggi, e non nel saperli leggere.
Toccarsi il naso: strofinare la parte inferiore del naso (sotto le narici) con il dorso della mano significa rifiuto. Sfregare la parte esterna significa tensione emotiva, coinvolgimento.
> Toccarsi la gola: la zona della gola è legata all'angoscia; quindi se non si vuole trasmettere questo stato d'animo al proprio interlocutore si eviti di giocherellare con catenine, sistemare cravatte o colletti o grattarsi questa zona.
> Rosicchiarsi le unghie: è un gesto che scarica la tensione di chi lo compie. Osservarsi le unghie, invece, è un'azione legata al senso del giudizio.
> Toccarsi le labbra: è un segnale di gradimento.
Qualora si stia parlando con un amico o un'amica anche in questo caso ci saranno degli atteggiamenti dell'altra persona che ci faranno capire cosa pensa di noi, se è disponibile oppure no, se è attratta da chi le sta difronte oppure no.
Sono segnali di gradimento gli avanzamenti del corpo, il mordicchiarsi le labbra, accarezzarsi i capelli, gambe e braccia non incrociate. Viceversa, sono gesti di rifiuto sfregarsi il naso con il dorso della mano, indietreggiare con il corpo, incrociare gambe e braccia.
> Portare l’indice ed il medio appaiati sulla guancia o davanti alle labbra: attenzione, riflessione.
> Accavallare le gambe ed intrecciare le dita delle mani attorno ad un ginocchio: atteggiamento caratteristico di chi è solito prendere le proprie decisioni con calma.
> Alzata di spalle, palme delle mani: debolezza passiva, manifestazione di resa.
> Togliere e mettere frequentemente gli occhiali: in un miope è indizio di ricorrente desiderio di non vedere, di non accettare una cosa ovvero un avvenimento di qualsivoglia genere.
> Aggiustarsi frequentemente il nodo della cravatta o i risvolti della giacca: tale gestualità può suggerire l’esistenza di un complesso di inferiorità (paura di non essere perfettamente a posto). Nei rapporti con l’altro sesso, accompagna di norma un qualche tentativo di adescamento; anche un venditore può, più o meno inconsciamente, tentare di adescare un cliente di sesso opposto. Toccarsi la cravatta o tirarla verso l’esterno serve anche scaricare (o a suggerire) la propria eccitazione. E’ anche l’equivalente della esibizione fallica molto frequente fra i primati.
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martedì 29 dicembre 2009
La reputazione on line
Un interessantissimo articolo, dove l'autore ricorda ciò che io ripeto da un pò di tempo...ATTENZIONE A COSA PUBBLICHIAMO! Mi riferisco in particolare modo ai social-network. Grazie ancora a Stefano che cercherà di renderci più chiaro il concetto della "reputazione on line"
"La reputazione è un concetto inconsciamente riconosciuto e apprezzato da chiunque, anche da chi non possiede un particolare background di comunicazione, marketing o PR. Fateci caso: quando un’azienda o un professionista riesce a fidelizzarvi e a costruire un rapporto di fiducia con voi delle ottime motivazioni possono essere trovate nella reputazione e nell’idea che vi siete costruiti circa quel rapporto di business.
Eppure sono ancora in pochi coloro che scelgono di incrementare questo aspetto della propria immagine, e specialmente quando si parla di reputazione online si apre un vero e proprio buco nero nella mente degli utilizzatori del web.
In Italia esiste un concetto che deve ancora passare ed essere appreso dalla maggior parte dei navigatori: su internet noi siamo ciò che pubblichiamo.
Volete un esempio? Quante volte avete letto sui giornali casi di persone licenziate per aver inserito frasi sconvenienti e inopportune a riguardo del proprio ambiente di lavoro all’interno dei social network? Internet è un’immensa memoria collettiva, e tutto ciò che vi pubblicate all’interno si riflette e diffonde nel tempo.
E per chi non utilizza il web o è certo di non inserire alcun dato che lo riguardi? Anche in questi casi esistono delle problematiche circa la propria immagine. In primo luogo il fatto di non esistere sul web sta comunicando qualcosa alle persone che vi circondano. Pensate all’opinione che potrebbe farsi un vostro intervistatore desideroso di offrirvi un’allettante offerta di carriera, oppure un potenziale cliente invogliato a trovare un nuovo fornitore. Quale giudizio può assumere su di voi se letteralmente… non esistete!
D’altra parte, i vantaggi per chi possiede le conoscenze per gestire correttamente la propria reputazione online sono moltissimi. La reputazione digitale, in particolare, può diventare un vero e proprio volano per le vendite e il business.
Farlo può essere più semplice di quanto si pensi normalmente, ma solo a patto di conoscere le giuste strategie.
Il manuale dell’ufficio stampa 2.0 vi svelerà le migliori tecniche operative per raggiungere questo importante obiettivo."
A cura di Stefano Calicchio
Autore di “L’Ufficio Stampa 2.0″
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sabato 26 dicembre 2009
La narrazione
Come possiamo definire, o meglio analizzare la Narrazione?
La Narrazione rappresenta la prima parte della retorica.
Rappresenta l'esposizione dei fatti.
La narrazione, per essere riconosciuta come ottimale, deve informare(docere) e piacere(delectare).
Fattori importanti costiutenti della retorica sono: la chiarezza,la brevità e la verosomiglianza.
La narrazione deve rispettare 4 punti:
1)La quantità delle informazioni(non devi dare informazioni più del dovuto)
2)La qualità(non devi dire cose che non hai prove adeguate)
3)Sii pertinente(evita le ambiguità)
4)Usa la deviazione provvisoria
Quest'ultima nella retorica antica Aristotele la chiamava disgressione, ossia deviazione provvisoria.Questa consiste nel trattare temi aggiuntivi pur non uscendo fuori dall'argomento trattato.Un esempio di deviazione consiste nel fare l'enumerazione dei punti principali molto simile a quanto detto nell'esordio.
Fonte
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martedì 22 dicembre 2009
lunedì 21 dicembre 2009
Un corso di comunicazione efficace on line..
La comunicazione è uno dei termini oggi più usati e, talvolta, abusati. In generale, essa indica quell’insieme di segni e di messaggi – verbali e non – che servono per trasferire ad altri informazioni, ma anche emozioni e sentimenti. La parola è un dono che solo l’uomo possiede, ma anche gli animali possono comunicare e possiamo affermare che, per ogni essere vivente, non comunicare è praticamente impossibile. Dal timpano, i suoni che udiamo procedono nel cranio verso una struttura denominata coclea, fanno vibrare l’orecchio interno e poi si incanalano nel nervo acustico, dove stimolano il nervo vago, che si dirama verso gli organi della respirazione, della digestione e della circolazione. A livello centrale, invece, vengono interessate alcune aree del cervello e le zone vicine alle strutture uditive, come le aree limbiche e para-limbiche, dove le emozioni si trasformano in impulsi chimico-fisici e viceversa (Morelli, 2005). Ecco perché quando una parola entra in noi (può essere una parola da noi pronunciata, o anche solo sentita, oppure una parola che ci viene detta) ha come conseguenza quella di modificare contemporaneamente le aree cerebrali e lo stato di alcuni visceri, con conseguenze sia a livello psichico che somatico. Ecco perché le parole che utilizziamo hanno il potere di farci star bene o di creare disagio, di influenzare le nostre relazioni, la fiducia in noi stessi, le possibilità di raggiungere i nostri obiettivi e di realizzare i nostri progetti. La consapevolezza è alla base dell’empatia: quanto più aperti siamo verso le nostre emozioni, tanto più abili saremo anche nel leggere i sentimenti altrui. Questa capacità che ci consente di sapere come si sente un altro essere umano entra in gioco in continuazione, sia in ambito privato (nelle relazioni sentimentali, con i figli o con gli amici) che in ambito professionale (si pensi alla giornata lavorativa di un venditore o di un dirigente). Un fattore determinante affinché le relazioni interpersonali siano efficaci è l’abilità con la quale un individuo riesce ad entrare in sincronia emotiva con gli altri, che consiste nel rispecchiare a livello corporeo, in modo inconscio e impercettibile ad occhio nudo, gli stati d’animo dell’interlocutore. Afferma Goleman che quando due persone interagiscono, lo stato d’animo viene trasferito dall’individuo che esprime i sentimenti in modo più efficace a quello più passivo. Gli individui incapaci di ricevere e trasmettere emozioni sono destinati a relazioni interpersonali problematiche, dal momento che spesso gli altri si sentono a disagio con loro, pur non riuscendone a spiegare il motivo (Goleman, 1999). Quelli che invece sanno entrare in sintonia con gli stati d’animo altrui, o riescono facilmente a trascinare gli altri nella scia dei propri, allora, dal punto di vista emozionale, godranno di relazioni interpersonali più armoniose. La caratteristica che contraddistingue un leader carismatico o un bravo executive sta proprio nella capacità di trascinare a sé gli interlocutori in questo modo. La sintonia emotiva funziona nel modo migliore quando nasce al di fuori della sfera cosciente e quando sorge spontaneamente. Tuttavia, si tratta di un’abilità che si può apprendere, e che può contribuire a migliorare enormemente la nostra capacità di comunicare con gli altri. Bibliografia di riferimento Goleman, D. (1999) Intelligenza emotiva, Bur, Milano. James, T., Shephard D. (2001) Presenting Magically, Crown House, Wales. Morelli, R., (2005) Dizionario della felicità, Riza, Milano.
Comunicare, infatti, non significa semplicemente informare, ma anche e soprattutto "entrare in relazione" con soggetti esterni a noi.
Per quanto riguarda la comunicazione umana, un classico saggio del professor Albert Mehrabian ha dimostrato che solo il 7% del significato viene veicolato dalle parole pronunciate, mentre il 38% di esso viene comunicato attraverso la tonalità in cui vengono espresse, e il restante 55% non ha nulla a che vedere con le parole,bensì con la fisiologia. Il silenzio, uno sguardo, la postura, le smorfie del volto o il modo di respirare, l’abbigliamento o il profumo usato sono aspetti che "parlano" per noi e manifestano il nostro modo d’essere, l’universo dei nostri stati d’animo, ancor più delle nostre parole.
Il filosofo russo Gurdjieff sosteneva che "noi diventiamo le parole che ascoltiamo". In effetti, le cose stanno proprio così: le parole che ascoltiamo o che pronunciamo lasciano una traccia in noi. Tutte le parole, e in particolare quelle sbagliate, ci condizionano, seminando scorie, generando atteggiamenti distorti e "storpiature" che ci complicano l’esistenza e ci intossicano la mente. Una volta pronunciate, infatti,le parole vanno ad agire almeno su due cervelli: quello di chi parla e quello di chi ascolta. In entrambi, esse diventano materia mediante un preciso percorso chimico-fisico (oltre che simbolico) che attraversa corpo e psiche a partire dall’orecchio (Morelli, 2005).
Sostiene Morelli (2005) che il nostro cervello è un terreno fecondo su cui le parole, le nostre come quelle altrui (se sono nostre questo discorso vale anche per le parole solo pensate) cadono come tanti semi. Ascoltando se stessi e gli altri, si diventa il fertile ricettacolo di questi semi, che poi fruttificano e germogliano nel corpo. Ogni forma di comunicazione incide dunque nella nostra psiche, lavora nel nostro inconscio per giorni, mesi, anni, arrivando a cambiare la nostra mentalità e lasciando una traccia fisica nel nostro corpo. Gurdjeff aveva intuito giustamente: noi diventiamo per davvero le parole che ascoltiamo ma, ancor di più, quelle che pensiamo o pronunciamo e che continuiamo a pronunciare.
Che fare, allora? E’ importante diventare consapevoli della nostra comunicazione, degli effetti che essa ha su di noi, sui nostri interlocutori e sulle nostre relazioni per trasformarla in comunicazione efficace. Affinché le parole diano sollievo e creino benessere, in noi stessi e negli altri, aiutandoci a ridurre lo stress, gli errori e le incomprensioni, è indispensabile acquisire consapevolezza di che cosa diciamo, di come parliamo, degli stati emozionali nostri e di coloro con cui stiamo interagendo, sia di persona che al telefono o attraverso una comunicazione scritta.
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venerdì 4 dicembre 2009
Emozioni & Comunicazioni...
Vivo di emozioni, quindi, comunico
Ma chi ha detto che per comunicare serve necessariamente la parola? Noi comunichiamo in molti modi diversi, forse anche più eloquenti della parola stessa. Per esempio con le emozioni.
Comunichiamo le varie emozioni attraverso le espressioni del viso che si hanno per natura e parlano un “linguaggio universale”, capibile da tutti. Ci sono emozioni come la gioia che sono immediatamente comunicabili, senza alcun bisogno di parlare, di aprire bocca.
Rabbia, disgusto, paura, gioia, sorpresa e tristezza sono considerate le sei emozioni primarie, quelle che esprimiamo in modo universale, comuni in tutte le persone della terra. Sono emozioni leggibili da tutti, sono emozioni che comunicano determinati stati d’animo, che dunque, non hanno alcun bisogno delle parole per farsi comprendere.
E’ bene che Tu sappia che se anche il Tuo volto o il Tuo corpo può sembrare impassibile, ci sono dei piccoli gesti che rivelano esattamente l’emozione che provi in quel momento.
Spesso queste emozioni ci “fregano” e comunicano agli altri cose che non vorremmo mai che la persona davanti a noi percepisse.
Per esempio: se stai parlando con qualcuno e ad un certo punto la persona che hai davanti fa un passo indietro, è segno che prova disgusto o fastidio per qualcosa che hai detto o fatto.
Ed ancora: se mentre parla con Te, l’altra persona giocherella con qualcosa che tiene in mano, può essere un segnale di disagio.
Infine: se hai davanti una persona che preme la lingua sulla parte interna della guancia vuol dire che sta esprimendo un forte gradimento.
Naturalmente, questi sono solamente tre esempi. Ce ne sono a centinaia che si potrebbero raccontare. Quello che conta è che Tu devi essere consapevole che il Tuo viso ed il Tuo corpo comunicano emozioni ogni volta che parli e incontri una persona.
Tutto il Tuo corpo comunica “inconsapevolmente”le Tue emozioni: l’espressione facciale, il colorito, i gesti delle mani e, naturalmente, la voce.
In chiusura, posso affermare che l’emozione è il nostro primo linguaggio. Prima delle parole, arrivano sempre le emozioni. Questo perché le emozioni governano i nostri pensieri; sono loro che letteralmente ci “prendono per mano”e ci guidano inconsciamente. Anche nella comunicazione.
Quindi, emozionati pure ma sappi che, contemporaneamente, comunichi le emozioni che provi alle persone che hai davanti.
Come afferma anche il Professor Antonio R.Damasio, una delle figure di maggior spicco nel campo delle neuroscienze:“Grazie alle emozioni siamo creature sociali, in grado di vivere con gli altri”.
Ma che mondo sarebbe senza le emozioni? Lasciami pure un commento al post.
Giancarlo Fornei
Autore di Penso Positivo
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martedì 17 novembre 2009
Alcuni significati dei gesti non verbali
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Infatti, le posizioni del corpo, i segni e i gesti che l'individuo esprime, durante un pensiero, durante un dialogo o altre forme di interazione, non sono casuali, ma correlati ai suoi stati emotivi. Il toccarsi in determinate zone del viso, l'accarezzarsi le labbra, il toccare gli oggetti in un certo modo sono gesti che permettono all'esperto della comunicazione non verbale di decodificare il linguaggio del corpo attraverso il quale parla la sfera inconscia. Se siete ad un colloquio di lavoro, ad esempio, un gesto di cui non vi rendete neanche conto potrebbe tradire la vostra insicurezza anche se state andando benissimo e vi sembra di rispondere ottimamente a tutto. E' importante conoscere il linguaggio non verbale perchè questo permette di migliorare moltissimo le proprie relazioni sia professionali che private.
Quali sono i canali di comunicazione non verbali?
Il volto, il contatto visivo e lo sguardo, lo spazio personale, i gesti.
Qual'è il significato di questi semplici gesti?
> Toccarsi il naso: strofinare la parte inferiore del naso (sotto le narici) con il dorso della mano significa rifiuto. Sfregare la parte esterna significa tensione emotiva, coinvolgimento.
> Toccarsi la gola: la zona della gola è legata all'angoscia; quindi se non si vuole trasmettere questo stato d'animo al proprio interlocutore si eviti di giocherellare con catenine, sistemare cravatte o colletti o grattarsi questa zona.
> Rosicchiarsi le unghie: è un gesto che scarica la tensione di chi lo compie. Osservarsi le unghie, invece, è un'azione legata al senso del giudizio.
> Toccarsi le labbra: è un segnale di gradimento.
Qualora si stia parlando con un amico o un'amica anche in questo caso ci saranno degli atteggiamenti dell'altra persona che ci faranno capire cosa pensa di noi, se è disponibile oppure no, se è attratta da chi le sta difronte oppure no. Sono segnali di gradimento gli avanzamenti del corpo, il mordicchiarsi le labbra, accarezzarsi i capelli, gambe e braccia non incrociate. Viceversa, sono gesti di rifiuto sfregarsi il naso con il dorso della mano, indietreggiare con il corpo, incrociare gambe e braccia.
> Portare l’indice ed il medio appaiati sulla guancia o davanti alle labbra: attenzione, riflessione.
> Accavallare le gambe ed intrecciare le dita delle mani attorno ad un ginocchio: atteggiamento caratteristico di chi è solito prendere le proprie decisioni con calma.
> Alzata di spalle, palme delle mani: debolezza passiva, manifestazione di resa.
> Togliere e mettere frequentemente gli occhiali: in un miope è indizio di ricorrente desiderio di non vedere, di non accettare una cosa ovvero un avvenimento di qualsivoglia genere.
> Aggiustarsi frequentemente il nodo della cravatta o i risvolti della giacca: tale gestualità può suggerire l’esistenza di un complesso di inferiorità (paura di non essere perfettamente a posto). Nei rapporti con l’altro sesso, accompagna di norma un qualche tentativo di adescamento; anche un venditore può, più o meno inconsciamente, tentare di adescare un cliente di sesso opposto. Toccarsi la cravatta o tirarla verso l’esterno serve anche scaricare (o a suggerire) la propria eccitazione. E’ anche l’equivalente della esibizione fallica molto frequente fra i primati.
Tutto questo vi sembra irreale e impossibile da gestire? Date un'occhiata a questi libri!
> Mauro Mazzolino: La comunicazione invisibile -Gli aspetti non verbali della comunicazione- Edizioni Carlo Amore.
> John T. Molloy: Dress for success, Paperback (si può acquistare su www.amazon.com, sia nuovo che usato).
Pubblicato da webmaster alle martedì, novembre 17, 2009 0 commenti
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giovedì 29 ottobre 2009
Come motivare le persone tramite un sistema premiante
L’argomento trattato richiederebbe sicuramente uno spazio maggiore di quello che può essere utilizzato in un post. Per affrontarlo nei suoi punti principali, ho diviso l’articolo in due parti. La seconda parte verrà resa disponibile con un successivo post. Parte I: L’obiettivo. Definire chiaramente quale è l’obiettivo di un sistema premiante è un fattore di successo. A mio avviso è sempre la motivazione dei collaboratori. Una persona che riceve un riconoscimento darà sempre il massimo per poterlo ricevere ancora. Essa sarà maggiormente responsabile e vedrà consolidare la propria autostima. Lo scopo. Quale è lo scopo del sistema premiante? Quali sono i limiti entro cui il cambiamento viene applicato? Saranno tutte le persone a usufruire del riconoscimento o saranno soltanto in pochi ? Le attività. Pianificare le cose necessarie da fare è un’attività molto importante per un simile cambiamento. Non si può iniziare a fare una cosa di tale importanza per una organizzazione senza aver pianificato tutto ciò che è necessario fare. Esempio: l’informazione del cambiamento, le regole, gli strumenti, chi sarà il beneficiario, il quid, ecc.. La verifica dei risultati. Il sistema ha dato i risultati attesi? L’obiettivo che era stato previsto è stato raggiunto? Lo scopo è allineato a quello più generale dell’azienda? La verifica è sempre uno dei momenti più importanti nell’attività di una organizzazione. Essa permette di prendere visione dell’avanzamento di un progetto e capire se ci sono fattori che impediscono di raggiungere l’obiettivo. In tal modo è possibile effettuare correzioni per rimanere allineati allo scopo. Chi? Quando? Come? Quanto? Questi sono gli interrogativi che si pone in generale una Direzione Aziendale nel momento di utilizzare un sistema premiante. Tutti ritengono che è giusto premiare le persone che meritano, ma alcune volte nelle piccole aziende non si fa niente per i seguenti motivi: Paura di sbagliare. Paura di decidere chi premiare e chi no. Risorse economiche insufficienti. Mancanza di una strategia chiara. Quale metodo utilizzare per la valutazione della performance di una persona o di un team? I metodi che ho visto utilizzare sono tanti, ma a mio avviso quello più efficace è quello che prevede l’utilizzo dei seguenti parametri: Pianificare gli obiettivi che le persone dovranno raggiungere in un determinato periodo. Il riconoscimento ha il suo massimo effetto se viene legato al raggiungimento di un obiettivo, di una buona performance. In questo caso la persona sarà stimolata a ottenere altri risultati positivi. Discussione e condivisione degli obiettivi: questa è una fase molto importante. Se il collaboratore condivide gli obiettivi si impegnerà al massimo per raggiungerli. Gli obiettivi non possono essere imposti. Una comunicazione chiara. Il tema della comunicazione si ripropone continuamente all’interno delle organizzazioni. E’ una fase molto importante ed è quella che richiede maggior attenzione quando l’argomento è importante e delicato. Come tutti i processi, anche quello di valutazione di una performance ha alcune criticità che sarebbe opportuno prevenire con una comunicazione più accurata tra azienda e collaboratori. Riconoscere il premio nel giusto momento. Dare il premio nel momento giusto, è importante per la futura performance della persona. Ma quale è il momento giusto? E’ quando la persona ha raggiunto i suoi obiettivi. Premiare le persone, che nel corso della loro attività hanno avuto una buona performance, è uno dei fattori principali per motivarle. Ma un sistema premiante dei risultati raggiunti deve essere equo e credibile. Deve essere sempre legato a dei risultati che siano misurabili e noti a tutti. Grazie per la tua attenzione! A cura di Chiarissimo Colacci
Oggi, nella maggioranza delle organizzazioni è presente un sistema premiante basato sulla performance.
L’Azienda che ancora non ha introdotto un sistema premiante e vuole farlo, deve definire quanto segue:
Autore di “L’Impresa Efficiente” e “Il Team Vincente”
Pubblicato da webmaster alle giovedì, ottobre 29, 2009 0 commenti
venerdì 16 ottobre 2009
Come imparare l’ottimismo! un argomento che affascina ed interessa un numero sempre maggiore di persone
Sono da poco trascorsi i mesi estivi che ci hanno regalato un periodo di eccezionale bel tempo di cui hanno beneficiato anche le nostre preziose vacanze. Parlando delle vacanze estive, ci torna di botto in mente il bel periodo di riposo, relax , divertimento, benessere e tutte le altre vicende benefiche e positive che hanno contraddistinto questo periodo, da poco passato. Ottimisti (o pessimisti) si nasce o si diventa ? L’intenzione è semplicemente quella di rendere ulteriormente semplice ed approcciabile l’argomento, partendo dalle mirabili intuizioni(poi confermate scientificamente) da parte di eminenti personalità appartenenti a quella branchia della psicologia chiamata psicologia positiva, come il Prof. Martin Seligman, Aaron T. Beck, Buchanan, Teasdale, ecc. (P) “Non riuscirò mai a prendere la sufficienza in matematica” (P) “Gli autobus arrivano sempre in ritardo” (P) “Non sono portato per vendere” (P) “Mi sento distrutto” Da notare nelle espressioni pessimistiche la presenza dei termini “mai, sempre, tutto” seguiti da un giudizio poco lusinghiero su noi stessi(Personalizzazione). Una cosa curiosa è che se una persona a noi estranea ci giudica male, affermando per esempio che siamo dei poveri incapaci buoni a nulla, non gli crediamo, ma se tale pensiero si ingenera entro noi stessi ci crediamo, eccome, rischiando di far nascere in noi l’impotenza appresa e a determinare una non reazione di fronte ad un’avversità. Un saluto a tutti! A cura di Giovanni Raimondi
Nel mese di Agosto, trascorso nella stupenda cornice delle montagne della Valle di Ayas in Valle d’Aosta, ho avuto la possibilità di tenerealcune serate formative libere in alcune località, più o meno conosciute, ad un pubblico particolarmente numeroso ed interessato all’argomento, dal titolo : “Imparare l’ottimismo”. In quest’occasione mi sono reso conto di quanto sia alto l’interesse da parte della gente verso gli argomenti concernenti il benessere psico-fisico e l’ottimismo. In particolar modo ho colto da queste serate l’interesse crescente in una moltitudine di persone per l’argomento “ottimismo”. Perciò desideravo riproporre alcuni quesiti che ci avvicinano a tale tema, soprattutto per quel che riguarda la possibilità di imparare a vivere in modo ottimistico, partendo da un nuovo modo di vedere vita, avvenimenti, avversità. Parlando di ottimismo nascono spesso e facilmente alcune domande :
Una persona pessimista può diventare ottimista ? e in che modo? Qual è il percorso da attuare?
Per un individuo ottimista la vita può essere migliore?
Quanto può influire un atteggiamento ottimista / pessimista sulla nostra esistenza?
E nella famiglia?
Nella vita affettiva, nell’amore? Con il partner?
Nella capacità di conseguire raggiungere traguardi nei più disparati ambiti di vita?
E nella scuola, nel lavoro, negli affari, nelle imprese, nei rapporti interpersonali e nella salute?
Diventa ora prioritaria una domanda: Da dove nasce l’ottimismo? Per tentare di rispondere a tale domanda, dobbiamo riportare le nostre riflessioni e considerazioni sulle modalità di gestione dei pensieri,sulle credenze, quelle vere e quelle false, sul modo con il quale più in generale ciascuno di noi vede la vita, le risposte che ci diamo ed i criteri di valutazione attraverso i quali diamo spiegazione agli eventi ed alle avversità che incontriamo nella nostra vita.
Partendo da queste iniziali considerazioni, con l’essenziale aiuto che ci viene da Seligman , scopriamo che, semplificando per ovvi motivi di tempo e di spazio, considerando l’indeterminatezza della realtà con tutte le sue complessità, al nostro limitato grado di conoscenza delle vicende umane, dal nostro modo di vedere gli avvenimenti della nostra umana esistenza, le nostre valutazioni di fatti avvenimenti e circostanze, si esprimono generalmente attraverso due polarità, uguali e opposte tra di loro: Ottimismo e pessimismo. L’ottimismo su basa su una visione positiva della vita, il pessimismo al contrario su una visione negativa. E’ sempre Seligman che ci fornisce la chiave per capire la nascita di queste due propensioni, introducendo i termini diimpotenza appresa e di stile esplicativo: Seligman ci spiegal’impotenza appresa come una reazione di rinuncia e una risposta di abbandono che segue al credere che ogni cosa che facciamo non sia importante, e lo stile esplicativo come il modo in cui abitualmente ciascuno di noi spiega a se stesso perché accadono gli eventi. La conseguente considerazione sempre secondo Seligman, è che uno stile esplicativo ottimistico interrompe lo stato di impotenza, e quindi ci permette di agire proattivamente, mentre uno stile esplicativo pessimistico lo diffonde e quindi il modo in cui ciascuno di noi spiega a sé stesso gli eventi ci può rendere impotente o invece dare forza e vigore di fronte ad un’avversita.
Con queste semplici ma efficaci considerazioni egli ci porta vicino ad una conclusione molto importante: L’ottimismo si può apprendere come tante altre discipline. Ecco perché ritengo possibile o meglio auspicabile la frequentazione di seminari o corsi d’aula o videoaudiocorsi basati sull’ottimismo appreso, come ci insegna M. Seligman, al fine di diffondere la cultura della psicologia positiva, del pensiero creativo e positivo, che permettano ad una moltitudine di persone, genitori ed insegnanti in primis, di acquisire i fondamentali di queste discipline.
Ecco infine delle semplici affermazioni che evidenziano le propensioni ottimistiche e pessimistiche
(O) “Non sono ancora riuscito a prendere la sufficienza in matematica”
(O) Ultimamente alcuni autobus arrivano in ritardo
(O) Non conosco le tecniche e le abilità di vendita
(O) Mi sento un po’ stanco
Per questo motivo ritengo sia veramente importante diffondere la cultura della psicologia positiva ed in primis quella dell’ottimismo, con tutti gli immensi benefici che esso determina su di noi, sulla nostra salute, sulla capacità di formulare e raggiungere obiettivi, nel lavoro, nella vita privata, affettiva e relazionale, nel tempo libero, ecc.
Autore di “Il potere dell’ottimismo"
Pubblicato da webmaster alle venerdì, ottobre 16, 2009 0 commenti
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domenica 27 settembre 2009
Come assumere i migliori candidati
Due sono i processi a cui le aziende dovrebbero porre la massima attenzione: la selezione e la valutazione del personale. Il primo processo è fondamentale per creare un team coerente con la mission aziendale ed il secondo per applicare una corretta politica meritocratica. Le aziende, in questi momenti di crisi, hanno ridotto al minimo le assunzioni di personale a tempo indeterminato ma, a maggior ragione, sbagliare un’assunzione significa compiere un investimento sbagliato e molto costoso. Il processo di selezione consiste, allora, nell’individuazione del candidato che, avendo un profilo il più aderente possibile a quello descritto per il ruolo da ricoprire, è la persona da assumere. Coscienti che i processi aziendali impongono frequentemente il rispetto di esigenze e tempistiche stringenti, ciò nondimeno vale ricordare che la mancata adozione di alcune precauzioni potrebbe inficiare, in modo determinante, l’identificazione del miglior candidato. Programmate le interviste in giorni ed ore in cui sia possibile dedicare ai colloqui tutto il tempo necessario, senza essere pressati dalla operatività; è consigliabile non compier alcuna assunzione quando nessuno dei candidati vi avrà ragionevolmente convinto. Non prolungate, sine die, una selezione alla ricerca del candidato ideale e, pertanto, fate attenzione a non rimanere paralizzati per eccesso d’analisi. Un capo deve poter decidere non possedendo tutte le informazioni necessarie, lasciandosi anche guidare dall’istinto e dall’esperienza; le impressioni che ricevete nei primi quindici – venti minuti di colloquio sono importantissime. Verificate se le conoscenze, le capacità ed i comportamenti espressi dal candidato nelle sue precedenti esperienze di vita e di lavoro, sono coerenti con quelli richiesti dalla mansione/ruolo che dovrà svolgere nella vostra azienda. Mettete il candidato in condizioni di valutare se l’azienda, la mansione e la retribuzione offerta, sono coerenti con le sue aspettative. É indispensabile, almeno per le vostre prime esperienze come intervistatori, usare un piccolo accorgimento tecnico; programmatevi quattro o cinque elementi chiave sui quali ritenete indispensabile formulare un giudizio. Stabilite poi una scala di valori, ad esempio dall’uno al cinque, e alla fine dei colloqui esprimete la vostra valutazione su ogni elemento; uno significherà che il candidato non vi ha per nulla convinto su quel punto e, per contro, cinque vorrà dire che siete rimasto completamente convinto. Fate un bilancio e traetene le conclusioni. Accettato, dunque, che è umanamente impossibile non compiere alcuno sbaglio, è interesse di un selezionatoe verificare, a posteriori, se il processo di selezione, al quale contribuisce, è efficace o produce statisticamente troppi errori. Esistono due punti di controllo che possono aiutare a fare una diagnosi, seppure approssimativa: Verificate se troppo frequentemente siete stati costretti a non confermare il candidato, prima della fine del periodo di prova. Dovete pensare, se così fosse, ad errori macroscopici, poiché sareste costretti a rivedere la vostra valutazione addirittura dopo poco tempo dall’assunzione. Verificate che tipo di valutazione il dipendente riceve alla fine del primo anno di attività. Laddove queste fossero frequentemente sotto le attese, ciò significherebbe che state assumendo personale che stenta ad inserirsi nel ruolo e, dunque, probabilmente con profili non adeguatamente coerenti con la mansione da svolgere. Cercate, in questi casi, di scoprire da dove si originano gli errori e ponetevi rimedio il più rapidamente possibile; l’efficacia della squadra dipende direttamente dalla vostra capacità di selezionare la persona giusta per ogni posizione, che sarete autorizzati a ricoprire, in un determinato momento. È un classico la frase dei selezionatori professionisti: «la persona giusta, al posto giusto, nel momento giusto». A Cura di Pier Paolo Sposato,
Autore di "Capi non si nasce"
Pubblicato da webmaster alle domenica, settembre 27, 2009 0 commenti
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giovedì 24 settembre 2009
Come prepararsi ad un colloquio di lavoro...
Questo articolo, tratto dal report che vienedistribuito in omaggio a chi acquista il mio e-book “I segreti per parlare in pubblico”, vuole dare qualche piccolo consiglio a chi dovrà affrontare un colloquio di lavoro. Se infatti è vero che la crisi inizia a farsi sentire, è altresì vero che le aziende continuano a cercare nuovi collaboratori, puntando soprattutto sulla qualità. Ecco allora qualche consiglio su cosa fare i giorni precedenti all’appuntamento in azienda. E’ bene sapere che quando si viene convocati per un colloquio, è perché c’è un datore di lavoro che non solo ha accettato la candidatura, ma ha bisogno di una figura come la nostra. Poniamo ora il caso che un amico ci inviti a cena a casa sua. La prima cosa che viene naturale pensare è: come dovrò presentarmi? Porto un dolce oppure una bottiglia di vino? Mi ricordo dove abita? In parole povere, quando riceviamo un invito da una persona che non fa parte della nostra ristretta cerchia di amici e conoscenti, non facciamo altro che pensare a cosa gradirà, facciamo del tutto per rispondere al meglio al suo invito, studiamo chi ci accoglierà! In parole povere dobbiamo prendere maggiori informazioni riguardo a tutto sulla nostra (forse) prossima azienda. Il primo passo deve essere quello di visitare attentamente il sito o le recensioni su internet per passare poi sui giornali o, meglio ancora , informarsi direttamente con chi ci lavora. Cosa molto importante è anche ripassare le materie principali con cui si ha conseguito un titolo, oppure prepararsi a spiegare le mansioni per cui si è specializzati.
Solamente questo fatto ci deve far capire di come sia importante prepararsi al meglio per questo incontro e per questo “scambio di favori”:
IO ho bisogno di un lavoro, TU hai bisogno di un collaboratore.
Questo esempio serve per farci capire che quando dobbiamo andare ad affrontare un colloquio di lavoro, non dobbiamo assolutamente permetterci di arrivare all’appuntamento senza sapere che azienda ci accoglierà, che ambiente potrò trovare, che strategie di lavoro utilizza.
Pensateci un attimo, non è carino presentarsi ad un colloquio di lavoro senza sapere neanche di cosa mi andrò ad occupare!
Dobbiamo considerare i giorni precedenti ad un colloquio di lavoro come la preparazione di un campo di scacchi: chi riesce a preparare meglio il campo di gioco nelle prime mosse, ha in pugno la partita.
A Cura di Massimo Pigliacampo,
Autore di “I Segreti per Parlare in Pubblico"
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giovedì 17 settembre 2009
Io Penso Positivo...
Ma io, come faccio per imparare a pensare in positivo?” Mi pongono spesso questa domanda, sia durante le mie conferenze sull’autostima sia nei miei seminari motivazionali. La risposta è banale e sempre la stessa: “Se vuoi imparare a pensare in positivo, comincia subito a farlo, senza rimandarlo a domani”. Le persone pensano in continuazione, anche perché è impossibile “non pensare” a qualcosa. Il nostro cervello è un sistema binario, composto, appunto, dalle parole che ci diciamo (il nostro dialogo interno) e dai pensieri, che affollano continuamente la nostra mente. Partendo dal presupposto che è impossibile non pensare, quello che fa la differenza, tra un pensiero negativo ed uno positivo e il focus, in altre parole: quello su cui ci focalizziamo continuamente. Se pensiamo a delle cose belle o che abbiamo qualche probabilità nel fare una cosa e ci concentriamo costantemente su questi pensieri, ci stiamo focalizzando su qualcosa di buono, di utile, di positivo. Se pensiamo a qualcosa di brutto o ad alcune delle nostre paure, come prendere un brutto voto a scuola, bocciare a scuola guida o, peggio ancora, avere un incidente, ci stiamo focalizzando su qualcosa di negativo e, paradossalmente, finiamo per materializzarlo, per dargli vita. La nostra mente inconscia è costantemente al lavoro e si ciba di pensieri. Più l’alimentiamo di pensieri positivi e più ci guida verso il pensare in positivo e aspettarci cose belle. Più l’alimentiamo di pensieri negativi e più ci guida verso il pensare in negativo e aspettarci delle cose brutte. Sono ancora più esplicito. Più ci focalizziamo sui pensieri positivi, più generiamo cose belle intorno a noi; più ci focalizziamo sui pensieri negativi, più facciamo in modo che le nostre peggiori paure prendano forma. Insomma, attraverso i nostri pensieri, generiamo le cose che ci accadono ogni giorno. In questo modo attiviamo la Legge di Attrazione: “Attraiamo verso di noi, ciò su cui ci focalizziamo maggiormente, bello o brutto che sia”. In Penso Positivo, una vera e propria guida al pensiero positivo, ho scritto un intero capitolo per insegnare alle persone a darsi “solo e unicamente comandi in forma positiva”, in modo da imparare ad attrarre verso sé stessi solo cose belle. Eccoti due utili consigli per imparare subito a pensare in positivo: Fai questa cosa in maniera costante e sistematica: tutte le sere, tutte le mattine e, se serve, leggi i cartoncini anche durante il giorno, tutti i giorni. Piano piano, il Tuo inconscio costruirà una nuova abitudine e andrà a“pescare” in automatico i pensieri positivi che gli avrai insegnato attraverso i cartoncini, anche quando la Tua mente potrebbe essere offuscata da un problema. Fidati. L’ho fatto prima di Te, tanti anni fa, appena tornato dal servizio militare. Funziona. Lasciami un commento al post.
A Cura di Giancarlo Fornei
Autore di “Donne in Crisi” e “Penso Positivo”
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lunedì 7 settembre 2009
Rimettiamoci in gioco!
L’Editore ci invita a pubblicare i nostri pensieri sul blog del sito in merito al campo nel quale ci riteniamo “esperti”. Non l’ho mai fatto ma rispondo volentieri. Comincio dal principio.Il mio ebook è “Laurearsi a tutte le età” e già dal titolo si capisce di cosa si parla. La mia esperienza è quella di una lavoratrice-mamma-moglie che ad un certo punto decide di “provare” a vedere se riesce ancora a studiare con profitto e ad esporsi ad un interrogatorio di un professore che magari è più giovane di me! Lavoro da un commercialista che gestisce gruppi di imprese, in settori diversi, faccio consulenza fiscale, chiudo i loro bilanci e le loro dichiarazioni in modo “consolidato”. Oltre la Legge Finanziaria, lotto con una marea di circolari e normativa. Quindi sono in aggiornamento continuo, ma…. non è come essere studenti. Quando mi è venuta l’idea di laurearmi, a 37anni, ho deciso di provare per un anno. Poi, mi sono detta, se non va, pazienza. Non pensavo di riuscire ma morivo dalla voglia di tentare. Tornare ad essere studente è stata la cosa più bella. Immergermi in quell’atmosfera ed essere una matricola in mezzo a molti ragazzi, ma anche a persone più mature, mi dava la sensazione di avere ancora molte frecce al mio arco. Ho scelto un’Università pubblica statale, Genova, perche è comoda, seria e a buon prezzo. Diffido un po’ di quelle organizzazioni che ti “aiutano” a studiare: ad un amico hanno chiesto quanto un anno di mutuo per dargli assistenza, dicendo che “l’ultimo dei suoi problemi sono gli esami”…. A quell’epoca ero un po’ schiacciata dalla quotidianità. Non so se vi capita, soprattutto con i figli piccoli, di non avere più un nome, siete solo la mamma o il papà di … Oltre a questo la mia famiglia affronta quotidianamente un grosso problema di salute che affligge mio figlio. Per me l’università è stata l’ossigeno, la forza di immergermi in qualcosa di nuovo che mi assorbisse. I miei fans più accaniti sono stati mio marito e mio figlio, che volevano essere avvisati subito di come era andato l’esame, che erano in prima linea alle mie lauree e che hanno fatto a gara per farmi regali su regali. Con queste premesse ho cominciato a studiare, ma andando avanti mi sono accorta che mi piaceva sul serio. Molti esami li ho preparati non con lo spirito da studente, ma con un vero interesse immergendomici dentro. Dire che sono contenta di questa esperienza è poco, ne sono entusiasta. Ho talmente rotto le scatole ad amici ed amiche che ne ho convinto alcune a riprendere i libri in mano e ne sono contente!! Va bhè per oggi non vi annoio oltre. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate. A Cura di Raffaella Fenoglio,
Autrice di “Laurearsi a Tutte le Età”
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sabato 5 settembre 2009
Le emozioni in psicologia
LE EMOZIONI Le reazioni e le esperienze emotive sono parte integrante della nostra vita. I piccoli piaceri o dispiaceri danno una coloritura emotiva alle nostre giornate. Che cosa sono le emozioni, e quali sono le conseguenze che esse hanno su di noi? Alcune emozioni sono piacevoli, come l'euforia che si prova dopo che la vostra squadra del cuore ha vinto una partita, mentre altre sono spiacevoli, come la paura che coglie chi sbanda con la macchina sua una strada sterrata d campagna priva di guard-rail. Un'emozione può essere debole o forte: è possibile essere appena irritati per un'offesa di poco conto, o infuriati per un insulto personale che vi è stato rivolto in presenza di altre persone. Le risposte emotive producono anche un'attivazione fisiologica, e la quantità di attivazione varia al variare della forza con cui si esprime l'emozione. In fine le emozioni possono essere piuttosto differenti per qualità: ad esempio la depressione è molto differente dalla sorpresa. LE EMOZIONI FONDAMENTALI Sotto la categoria generale di emozioni, alcuni psicologi hanno trovato sei categorie di base: amore - gioia - sorpresa - collera - tristezza - paura. Tre di esse sono positive (gioia, amore e sorpresa), e tre sono negative (collera, tristezza e paura). Inoltre queste categorie generali si basano su tre dimensioni differenti: qualità (se l'emozione è positiva o negativa); potenza (se l'emozione è forte o debole); attività (se l'attivazione suscitata dall'emozione è alta o bassa). Ad esempio: la sorpresa è generalmente positiva, forte e con un grado di attivazione molto alto. Spesso le emozioni si intrecciano con le motivazioni. A livello fisiologico l'emozione consiste in cambiamenti biochimici, ad esempio l'aumento della frequenza cardiaca. A livello espressivo, l'emozione è rappresentata da cambiamenti comportamentali, ad esempio nell'espressione facciale in caso di paura o gioia. A livello cognitivo (conoscenza), lo stato emotivo è rappresentato da cambiamenti nell'esperienza o consapevolezza soggettiva della situazione. Le emozioni, viste in questo modo, possono essere paragonate al livello della benzina del serbatoio della nostra automobile. Le risposte fisiologiche Forse l'aspetto più importante delle risposte emotive è quello fisiologico. Molte delle emozioni, forse tutte, sono associate a cambiamenti fisiologici. I cambiamenti più netti e noti sono quelli che accompagnano il sentimento della paura. Tutti hanno provato paura, le reazioni fisiche a tale sentimento sono il risultato dell'azione delsistema nervoso simpatico e di un ormone l'epinefrina (noto col nome di adrenalina), secreto dalle ghiandole surrenali. Le reazioni all'aumento di adrenalina sono: aumento del ritmo e della profondità della respirazione aumento della frequenza cardiaca aumento della pressione del sangue,diminuzione del sangue diretto agli organi interni e aumento di quello rivolto ai muscoli aumento dello zucchero nel sangue. Segue..
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venerdì 28 agosto 2009
Comunicare emozionando
Altri segreti per comunicare stanno per arrivare su chi, come noi è interessato a parlare in pubblico nel migliore dei modi!
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mercoledì 29 luglio 2009
I bisogni secondo Maslow
Oggi vorrei fornire uno strumento che a me è stato utilissimo per capire alcune dinamiche importanti riguardo ai bisogni, i desideri e le pulsioni dell’uomo. Uno strumento importante per comprendere cosa c’è alla base delle scelte dell’uomo e all’individuazione di quelle che sono le spinte emozionali che ci portano ad agire prima ancora di portarci a fare delle scelte. La classificazione più conosciuta dei bisogni umani è dovuta a Maslow (1954) che con la sua piramide ne è riuscito a dare una rappresentazione molto chiara. Secondo la piramide di Maslow l’uomo tenta di soddisfare i suoi bisogni seguendo una gerarchia che vede al primo livello i bisogni fisiologici (cibo, tetto, sonno, sesso). Al secondo livello troviamo i bisogni di sicurezza fisica: la necessità di preservare la propria salute, l’incolumità propria e delle persone care. Al terzo ci sono i bisogni relazionali: appartenenza al gruppo, amore, amicizia. Al quarto quelli legati alla stima e al prestigio. Al quinto quelli di autorealizzazione, di successo personale. Secondo Maslow l’uomo non penserà a soddisfare un certo tipo di bisogno se non sentirà di aver appagato quelli ai livelli sottostanti. In una società evoluta come la nostra è facile che il nostro cliente si trovi ad affrontare la necessità di soddisfare bisogni sempre più evoluti. Per questo motivo anche nel momento in cui si troverà ad acquistare un pacco di pasta (bisogno fisiologico, cibo) sarà influenzato da modelli e stili di vita a lui trasferiti dalla pubblicità. La pubblicità della Barilla ad esempio gli potrà ricordare lo slogan: “Dove c’è Barilla c’è casa”. In questo modo comprando quella marca di pasta cercherà contemporaneamente di soddisfare il suo bisogno (o meglio la sua proiezione) di vita relazionale (terzo livello della piramide). Il seguito alla prossima puntata.
Ciao!
A Cura di Valter Romani,
Autore di “Scacco alle Bugie” e “Da Grande Sarò Ricco”
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giovedì 2 luglio 2009
Quale è il migliore investimento?
Parlo spesso nei miei articoli di coerenza e di come i politici nella gran parte dei casi non mostrino questo aspetto. Non possono comprendere le difficoltà del popolo, in quanto vivono in situazioni socio-economiche molto più vantaggiose. Parlo del fatto di percepire compensi fuori ogni logica e di usufruire di vantaggi che a noi “mortali” non sono permessi. Ad esenpio le case degli enti. Per anni molti dirigenti della classe politica italiana (mi limito al nostro Paese) hanno soggiornato in attici e immobili di lusso, semplicemente pagando affitti “simbolici” (forse qualcuno neanche quello avrà sborsato!). In un secondo momento hanno acquistato gli stessi immobili a prezzi nettamente più bassi rispetto al valore di mercato. Davvero un ottimo affare, peccato che siano soltanto loro a poterne usufruire! Il mio non è un discorso fazioso, in quanto i politici in questione sono di entrambi i schieramenti. Ora tralasciando questo aspetto, torniamo agli immobili, o meglio all’investimento su di essi. Il primo seminario che ho seguito nella mia vita, è stato proprio quello di Alfio Bardollasugli immobili. Proprio come hanno fatto i nostri “cari” politici, anche noi possiamo sfruttare, quella che potremmo definire come la regola n°1 degli investimenti immobiliari (ma relativa ad ogni settore). Per guadagnare, non soltanto nel tempo, ma anche e soprattutto nell’immediato, bisognaacquistare allo sconto! Se compri una casa, o peggio ancora un automobile (subisce sistematicamente delle svalutazioni nel tempo) per guadagnarci la devi acquistare ad un valore più basso rispetto a quello di mercato. Ho lavorato per anni nel settore del commercio dei veicoli per le multinazionali di autonoleggio Leasing, e so che se compri con il valore di Quattroruote non guadagni, perchè quello è il tetto massimo alla quale spingersi. Ora senza entrare in argomentazioni particolarmente complesse, vorrei soffermarmi però sugli immobili. Comprare allo sconto si può! Ci sono le aste giudiziarie, quelle fallimentari, ci sono i cosiddetti “dont wanter” ossia tutte quelle persone che devono per svariati motivi liberarsi al più presto di un immobile (trasferimenti, lavoro, eredità da spartire, ecc.). In questo caso possiamo far leva sulla componente tempo in modo da ridurre marginalmente ancora di più il prezzo a nostro vantaggio. Ci sono i compromessi, ossia l’acquisto di un contratto dove si evince che sei disposto ad acquistare un certo immobile in fase di costruzione, ad un certo prezzo, entro un certo limite di tempo (un pò come le opzioni in Borsa) versando un “premio” (caparra). Quel contratto è appunto un qualcosa di vincolante sia per il costruttore che per l’acquirente. Quest’ultimio però potrà rivenderlo a terzi, guadagnando sulla differenza di valore che lo stesso immobile potrebbe assumere a breve (importante in questo il prezzo pattuito). Usiamo tutte le leve finanziarie a nostra disposizione, come ad esempio i mutui bancari. Con “Padre Ricco, Padre Povero” ho avuto modo di conoscere il metodo di valutazione della nostra situazione finanziaria mediante il Cash Flow. Grazie ad esso, ho riscontrato una differente capacità di rendimento dell’immobile, dipendentemente dal tipo di uso che ne facciamo. Acquistare casa andandoci a vivere, accedendo ad un muto, non è “intelligente” dal punto di vista finanziario. So che questo è un aspetto ed un argomento che genera molte discussioni in quanto la prima casa è un bene primario ed affettivo per la gran parte delle famiglie. Ma non sfruttare la possibilità di indebitarci con un istituto bancario per scopi speculativi, con un investimento “immobilizzato” non è una scelta che nel tempo si dimostrerà saggia. Io ad esempio sto in affitto, ma al tempo stesso “sfrutto” la possibilità di fare affari con i soldi di altri (in questo caso le banche). Certo, offro delle garanzie (ci mancherebbe!) ma non dirotto le mie risorse in un affare di cui potrei godere di benefici economici, soltanto facendo passare molto tempo. Se non compri a sconto e se immobilizzi i tuoi capitali, non farai mai lavorare i soldi per te! Lo so, è un argomento che crea dibattiti, perchè ci sono fazioni che la pensano in maniera totalemente differente. Nel tempo però ho imparato ad adottare lo stesso sitema ad esempio sul settore nautico. Nel periodo post estivo, vado alla ricerca di piccoli affari (non è necessario spendere cifre stratoseferiche) magari acquistando gommoni o barche di piccolo taglio a cifre ridicole per poi rivenderle nell’immediato. Tutto ciò è possibile, soltanto guardandoci intorno, studiando il mercato, interagendo con gli altri, creando possibilemte un team (anche di amici), e soprattutto abbattendo ogni pregiudizio. Di affari se ne trovano moltissimi! Molte persone lavorano per otto ore al giorno, per cinque giorni a settimana, per quattro settimane al mese e tutto ciò per quanti soldi? Non so, ad ognuno larga sentenza! La nostra psicologia e l’approccio che abbiamo sul denaro, è il primo aspetto su cui lavorare sin da subito. Dopo questo articolo scritto da Alessandro Cosimetti, non posso far altro che consigliarvi l'acquisto dell'enciclopedia migliore al mercato che parla di Investimenti immobiliari...ricorda, il 90% delle persone ricche al mondo, hanno investito sugli immobili!!
Vivo a Roma, e siccome la stragrande maggioranza degli appartamenti ed attici, fanno parte proprio della mia città, posso assicurarvi che i nostri politici hanno risparmiato (e guadagnato appunto) una valanga di soldi.
Se sei interessato all’articolo in questione, ti invito a leggere Espresso del 31 agosto 2007 (argomento sempre molto attuale!).
Eseguo vari tipi di investimenti tra cui proprio gli immobili, perchè sono altamente redditizi.
Se non conosci e non testi, non saprai mai se sarà possibile!
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martedì 26 maggio 2009
Come e cosa scrivere su un curriculum
Su come si scrive un curriculum efficace e i modi migliori per divulgarlo si è scritto tanto, si scrive tanto e si scriverà ancora di più in futuro. Si scrive sempre di più perché le persone cambiano giorno dopo giorno, le idee per migliorare e accattivarsi la simpatia del selezionatore vengono in mente in momenti inaspettati. Senza entrare nel merito dei contenuti, la mia idea è quella che un curriculum deve essere professionale, ma allo stesso “stuzzicante” per il selezionatore affinchè una vocina gli faccia dire: “Però!! Voglio conoscere personalmente questa persona”. Far dire una frase del genere al selezionatore vuol dire ipotecare un buon risultato in sede di colloquio. Gira una leggenda dalle mie parti, come tutte le leggende metropolitane può essere vera come falsa. Niente di più niente di meno. Sembrerebbe, dalla leggenda, che questo ragazzo sia stato convocato e che il selezionatore con segno zodiacale compatibile col suo lo abbia raccomandato per l’assunzione. Oggi i modi per accattivarsi l’attenzione dei selezionatori o datori di lavoro devono per forza essere più incisivi. A me personalmente non è mai capitato di vedere indicato lo stato civile nei C.V. tanto meno lo stato di salute. Lo stato di salute invece serve per far vedere al futuro datore di lavoro che il lavoratore gode di buona salute e che non si assenterà per malattia. Qui nasce la mia idea, come le altre mie idee indicate nel book puòsuonare strana e aspetto le vostre opinioni in merito. Mi spiego meglio: 3/225*100=1.33333% I giorni di permesso li ho inseriti solo per confrontare i numeri, naturalmente in un curriculum non li inserirei mai. Credo che sia un indicatore più facile da comprendere in quanto rapportato ad un numero reale e oggettivo, a me può dire poco il fatto che uno stia bene e che goda di ottima salute. La scelta di indicare questo dato è un fatto personale che deve essere valutato con attenzione, personalmente sono convinto che se un candidato dovesse decidere di scriverlo deve assumersene tutte le responsabilità del caso indicando opportunamente la liberatoria per la privacy. Sono curioso di sapere cosa ne pensate, voi inserireste un dato simile nel vostro curriculum? Ciao!! A Cura di Claudio Casula,
Nel mio Book ho inserito le mie personali e considerazioni in merito, ho illustrato i paragrafi del Curriculum come lo intendo io.
Ma come si può invogliare il futuro datore di lavoro a farci convocare per un colloquio?
Di modi ne ho sentito tanti, uno in particolare mi ha colpito.
Ma questa è talmente paradossale che potrebbe anche esserlo o quanto meno verosimile.
Tempo fa mi hanno raccontato di un ragazzo appassionato di motori che voleva a tutti i costi lavorare in una casa automobilistica, a me dissero trattarsi della FIAT.
La sua passione era talmente forte che il pensiero fisso lo consumava sia fisicamente sia mentalmente.
Ha inviato un curriculum, composto soltanto da una sola pagina con i seguenti dati:
Ci si può credere o meno, io personalmente non ci credo, ma sono convinto (se fosse vera la storia) che il coraggio di aver inviato quel curriculum abbia premiato quella persona.
A me ne è venuto in mente uno proprio in questi giorni.
Ho avuto il piacere di conoscere una persona non Italiana (ex URSS) che studia e parla l’Italiano e per curiosità ho letto il suo Curriculum.
La prima cosa che mi è saltata agli occhi è che ha indicato lo stato civile e lo stato di salute.
Mi è stato spiegato che lo stato civile lo indicano prevalentemente le Donne, in quanto può incidere sulla selezione, in sostanza una donna single ha più probabilità di essere assunta rispetto ad una sposata.
A me come a tutti voi verrà da pensare che anche se uno gode di ottima salute può assentarsi senza problemi, è sufficiente un certificato medico e il gioco è fatto.
Anziché indicare lo stato di salute, indicherei la percentuale di assenza per malattia nell’ultimo anno lavorativo.
Naturalmente lo indicherei solo perché ho una percentuale bassa, molto bassa.
nel 2008 ho lavorato per 225 giorni, dal conteggio ho eliminato i giorni di ferie estivi e natalizi, e mi sono assentato per malattia solo 3 giorni e in tutto l’anno ho chiesto 5 gg di permesso.
Assenze per malattia 1,33% su 225 giorni lavorativi annui.
5/225*100=2.22222%
Assenze per permessi 2,22%. su 225 giorni lavorativi annui
Mentre inserirei la percentuale delle assenze per malattia in funzione dei giorni lavorati, specialmente se la % è bassa e non supera il 2%-3%, più o meno equivalgono a 6 gg lavorativi su 225 gg.
Ma se mi indica quante volte si è assentato allora il discorso cambia.
Autore di “Trovare Lavoro in Azienda”
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domenica 24 maggio 2009
e TU...sei un LEADER?
Ciao, probabilmente hai delle caratteristiche che altri non hanno e che ti rendono in qualche modo speciale. Ti piacerebbe sapere cos’è che ti distingue dalla massa?
Questa è stata per anni la mia specialità: individuare le risorse più particolari e trasformarle in strumenti di successo personale e professionale. E’ quello che hanno fatto tutti i grandi leader: capire cosa funziona veramente nelle loro modalità comunicative e addestrarsi a ripeterlo più e più volte.
Nelle ultime elezioni americane i candidati si sono addirittura serviti della scienza medica per capire quali frasi e quali simboli attivassero maggiormente il cervello degli elettori.
Vuoi capire anche tu che cosa funziona nella tua comunicazione e che cosa può essere migliorato?
Se vuoi possiamo farlo insieme il 30 maggiodurante l’evento gratuito I GRANDI LEADER aRiccione in una cornice unica, all’interno dello splendido parco marino di Oltremare, a due passi dall’Aquafan. Saremo all’interno dell’avveniristicoTeatro 3D IMAX.
Ci saranno anche due amici esperti di comunicazione e leadership di livello internazionale: Livio Sgarbi e Alexander Degrandi che ci parleranno della leadership in ambito sportivo e del riconoscimento dei segnali comunicativi inconsci e persuasivi.
L’evento è assolutamente gratuito e aperto a tutti.
E’ sufficiente prenotarsi sul sito www.potereipnotico.com o telefonare al nr. verde 800 91 24 54. E saremo insieme il 30 Maggio 2009 a Riccione, parco Oltremare, Teatro IMAX dalle 21 in poi!
Pubblicato da webmaster alle domenica, maggio 24, 2009 0 commenti
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giovedì 21 maggio 2009
Paura e Coraggio
Questo articolo parla dalla “Paura di non avere ilCoraggio “. Può colpire tutti, indistintamente e in qualsiasi occasione. Ad esempio nell’EbookSocializzazione Vincente ho indicato delle strategie precise per combattere la solitudine e trovare finalmente l’amicizia delle persone. Ma sul più bello puoi scontrarti con la mancanza del coraggio! E pensi “ E’ incredibile, conosco le strategie giuste ma mi sento congelare e non riesco a metterle in pratica. E’ tremendo!” Tutto ciò accade molte volte nella vita e in circostanze completamente diverse. Quante volte ti è successo? Magari hai pensato “Lo farò! Ho preso una decisione! Adesso basta, le cose devono cambiare! Vado!” e poi ti è mancato il coraggio e tutto si è perso in una bolla di sapone… Tutte le volte che entri nel profondo della tua sfera personale il coraggio diventa piccolo piccolo. Perdi tempo a cercarlo e quando pensi di averlo finalmente trovato è troppo tardi o non è sufficiente! Sono tutte ottime frasi ma proprio quando ti servono possono essere insufficienti perché con la ragione comprendi che sono giuste ma le emozioni ti sovrastano! Ebbene la soluzione c’è anche se può sembrarti assurda : Per trovare il coraggio di affrontare le paure devi affrontare le paure per trovare il coraggio! Sembra un gioco di parole? Ti sembra strano? Come pensi di avere imparato ad andare in bicicletta? I tuoi genitori hanno tolto le rotelle alla bicicletta e ti hanno detto “Dai proviamo!” . Ti hanno aiutato a rimanere in equilibrio mentre tu avevi paura! Mentre pedalavi avevi le gambe che tremavano ma percepivi anche il coraggio che aumentava e continuava ad aumentare fino a quando è stato semplice riuscirci senza aiuto! E come hai imparato a guidare la macchina? La prima volta eravamo tutti terrorizzati. Avevamo paura di sbagliare a premere i pedali, avevamo paura di fare una brutta figura, avevamo paura di perdere il controllo della macchina! Mentre la guidavamo il cuore batteva a mille ma la paura diminuiva e il coraggio aumentava! E la seconda volta che ci hai provato in che stato eri? Ancora paura! Ma questa volta era inferiore perché il coraggio era aumentato! Immagina un prato e in mezzo un rovo pieno di spine con delle more. Vuoi prendere le more? Dovrai graffiarti, è inevitabile. Esiste un sistema per non farti del male? Ti servirebbe una cesoia da giardino che , guarda caso, è la in mezzo insieme alle more e ai rovi. Lo so, la vita è spietata. Sarebbe più comodo avvicinarsi con la cesoia in mano ma la prima volta dovrai entrarci senza. Ti devi rassegnare! E la seconda volta sarà più facile? Purtroppo no ma sarai attrezzato con la cesoia! Ti taglierai ancora ma limiterai i danni. E più volte ci proverai e maggiore sarà la tua esperienza nell’evitare di graffiarti! Paura e coraggio sono là in mezzo così come le spine e la cesoia! Devi fare una cosa ma non trovi il coraggio? Pensi che rimandarla a domani ti servirà ad avere più tempo per trovare il coraggio? Fissare a lungo il rovo servirà a qualcosa? No! Perché la cesoia rimarrà sempre lì, dovrai andare a prenderla tu perché lei da te non verrà! Non illuderti di trovare il coraggio per fare una cosa. Dovrai farla per trovare il coraggio! Prima lo comprendi e prima coglierai i frutti delle tue azioni! Anche io in certe situazioni ho paura, tutti abbiamo paura. Recentemente ho visto un dvd di uno spettacolo teatrale di un famosissimo comico che vanta una carriera trentennale . Eppure anche lui prima di entrare in scena era teso e si autoincitava con gesti e parole. Quindi da adesso in poi smetti di pensare “Non trovo il coraggio!” e pensa invece “Devo farlo per trovare il coraggio!”.
In questo blog sono presenti molti esperti di PNL che recitano le frasi tipiche :
A Cura di Fabio Galetto
Autore di “Da Timido a Vincente” e “Socializzazione Vincente”
Pubblicato da webmaster alle giovedì, maggio 21, 2009 0 commenti
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martedì 19 maggio 2009
Leader si diventa
Durante la mia attività, ho conosciuto molti giovani manager portati a credere che la leadership è una cosa che ti porti dietro dalla nascita. Una dote naturale. Se ce l’hai, allora sei un leader, se non ce l’hai, allora fai parte della massa che non lo potrà mai diventare. A questi giovani ho sempre risposto:“Tuto ciò non è assolutamente vero. In base alla mia esperienza, la leadership si può imparare e sviluppare. Come? Studiando le caratteristiche dei leader di successo, applicandole e ripetendole sino a che non faranno parte del tuo modo di essere.” Mentre scrivo questa frase mi torna in mente il ricordo di quando, dopo gli studi, sono entrato nel mondo del lavoro e ho visto alcuni manager che avevano un comportamento, un modo di parlare che faceva sì che le persone eseguivano tutto ciò che gli veniva chiesto. In quei momenti pensavo che non sarei mai stato in grado di fare come loro. Poi ho avuto la possibilità di collaborare con uno di questi manager e ho iniziato a comprendere il loro modo di pensare e di fare. Nel tempo, più mettevo in pratica quello che imparavo, più migliorava la mia capacità di gestire le persone. Cosa voglio dire con questa mia testimonianza? Tutti possono diventare leader. Imparare dagli uomini di successo che ci sono intorno e mettere in pratica il loro modo di fare è la strada giusta per arrivare ad essere dei leader. L’importante è ricordarsi sempre che un leader viene seguito non perché ha il potere ma perché gode della fiducia degli altri. Anonimo. Un buon leader aspira ad essere un esempio più che un eroe. Un buon leader ha chiara una cosa: non può perdere la sua carica positiva. Se quando un leader si presenta sul posto di lavoro non è sereno, è arrabbiato con qualcuno o per qualcosa, allora perde la sua capacità di prendere le giuste decisioni. Le persone si accorgono di questo stato d’animo e perdono la loro allegria. Se invece il leader è una persona sempre positiva, allora le persone lavorano con piacere e sembra quasi che si divertano. Immagino già che qualcuno potrà non essere d’accordo con questa mia affermazione. Eppure posso tstimoniare che ogni volta che mi sono trovato in presenza di leader allegri, il successo dell’azienda dipendeva in gran parte da questa caratteristica delle persone. A cura di Chiarissimo Colacci
Autore di “L’impresa Efficiente” e “Il Team Vincente”
Pubblicato da webmaster alle martedì, maggio 19, 2009 0 commenti
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venerdì 8 maggio 2009
L'efficacia della voce
L’ultimo aspetto da analizzare della comunicazione paraverbale è l’efficacia della tua voce. La dinamicità e l’adattamento ti servono per mantenere alta la concentrazione del tuo interlocutore e per entrare in sintonia con lui, ma non rendono la tua voce efficace. Per migliorare l’efficacia della tua voce occorre sviluppare e potenziare l’uso dei quattro elementi cardini della voce: la velocità, il volume,l’inflessione e gli intercalari. Vediamo uno per uno questi aspetti per i quali basta solo un po’ più attenzione del solito, perchè come l’adattamento, anch’essi sono caratteristiche vocali che quotidianamente caratterizzano le nostre conversazioni e quindi usiamo naturalmente! La velocità della voce è un elemento che difficilmente rimane inosservato. Chiunque ascoltando un amico, ad esempio, non può che notare la velocità con cui parla. Può sembrare strano per chi la prima volta sente parlare della velocità come di un elemento determinante della voce, ma è proprio così. Pensaci bene, quante volte infatti hai giudicato una persona anche per il modo di parlare veloce? O, al contrario, per il modo di parlare troppo lento? Una persona che parla veloce viene quasi sempre considerata frettolosa o impaziente di dire qualcosa, oppure ancora peggio, agitata e nervosa. Persone che parlano lentamente invece, tendiamo a considerarle o tarde nel pensare e nell’agire oppure troppo meticolose e noiose. Se ti è capitato di guardare canali stranieri o comunque sentire persone parlare lingue di origine anglosassone come l’inglese, sicuramente ti sarai reso conto della loro velocità. Quando ero ragazzino e studiavo le mie prime nozioni di inglese alle scuole medie rimasi subito impressionato dal fatto che questa lingua avesse questa caratteristica: sarà anche perchè generalmente i termini inglesi sono più brevi di quelli italiani, ma la velocità con cui parlano le popolazioni che parlano inglese è impressionante. Te ne puoi rendere conto ascoltando le interviste di alcune star della musica su MTV, ad esempio. Mi ricordo che quando chiesi alla mia professoressa d’inglese del perchè di questo mi disse: “non c’è un motivo esatto, ma ti basta sapere che noi italiani, per gli inglesi, siamo talmente lenti nel parlare che sembra che cantiamo tutto il giorno”! Questo ti fa capire che ruolo ha la velocità della tua voce nei tuoi dialoghi. Il modo migliore per calibrare la propria voce al telefono è composta da due fasi: nella prima (che coincide con i primi momenti in cui senti il tuo interlocutore) assumi l’ atteggiamento dell’adattamento come detto in precedenza per creare sintonia e cioè moduli la tua velocità come quella del tuo interlocutore. Solo dopo entri nella seconda fase cioè quando riporti man mano la velocità ad uno stato funzionale per i tuoi scopi. Ovviamente nella scelta della velocità ottimale ci vuole un po’ di “tatto” e anche di buon senso: è ovvio infatti che parlare troppo velocemente potrebbe portare a non scandire bene le parole con la conseguenza di non farsi capire. Parlare troppo lentamente al contrario può deconcentrare ed annoiare chi ti ascolta. Il mio consiglio è questo: cerca di trovare un equilibrio che vada bene per tutte le persone che conosci per telefono, poi è ovvio che a forza di ascoltare persone e parlare la tua velocità sarà sempre più affinata. Tra i due poli però (velocità o lentezza) opta sempre di orientarti verso la lentezza, ma in modo misurato, quindi di parlare adagio. Parlando in questo modo sarai sia sufficientemente veloce da non annoiare e anche chiaro nel scandire i termini durante i tuoi discorsi. Un altro elemento che concorre nell’efficacia della tua voce è il volume. Prima, quando abbiamo visto la dinamicità della voce abbiamo detto che le tonalità del suono della voce sono tutte composte da tre fasce di tono. Ciò che determina se un tono è basso, medio o alto è il volume della voce. Anche in questo caso, come nella velocità, occorre un po’ di buon senso. Partendo dal fatto che i toni della voce devono essere imprevedibili per tenere alta la concentrazione di chi ti ascolta, è ovvio che l’aumento o la diminuzione del volume non va fatto a caso. Se abbassi il volume della tua voce non devi farlo perchè magari hai timore di rilevare il prezzo del prodotto che stai pubblicizzando. Semmai, come faccio anch’io, abbassa il volume solo quando vuoi far capire che una determinata offerta è da prendere al volo! Credimi che ogni volta che abbasso il volume durante una frase nella quale voglio far intendere che la promozione in corso è un occasione di cui approfittare, non fallisco quasi MAI. Questo perchè il volume basso dà, alle parole dette, un senso di privilegio riservato a solo chi lo ascolta. Stesso discorso per quanto riguarda l’aumento di volume: non va fatto in modo sconsiderato perchè potresti risultare una persona esaltata o aggressiva. Sai qual’è l’unico momento che conviene alzareun po’ il volume? Quando nei tuoi discorsi, sei arrivato nel momento fondamentale, topico, chiave: in questo modo dai la percezione della tua fermezza nell’affermare le tue tesi! Come, ed anche di più del volume, anche le inflessioni sono utili per dare valore a ciò che si dice. Le inflessioni sono quel particolare modo di enfatizzare un concetto espresso in modo diretto o subdolo all’interno di una frase, marcando pesantemente un vocabolo preciso. Analizziamo una frase nella quale marchiamo ogni termine di essa, così ti accorgerai come le inflessioni siano capaci di alterare a tuo piacimento e scopo il significato di una frase. Prendiamo questa frase:“Adesso posso sicuramente farti uno sconto!”. Adesso pensa se tu stesso sei a telefono e la pronunci per telefono marcando le parole in grassetto:“ADESSO posso sicuramente farti uno sconto!”. Marcando questa parola sicuramente poni l’attenzione sul fatto che in questo momento puoi fare uno sconto. Guarda adesso come cambia il messaggio della frase: “adesso POSSO SICURAMENTE farti uno sconto!”. Ora l’accento è stato posto sul fatto che puoi dare lacertezza dello sconto. Se invece cambiamo di nuovo diventa: “adesso posso sicuramente FARTI uno sconto!”. In questo caso l’attenzione è spostata sul fatto che lo sconto lo fai in modo pressochè esclusivo per lui! Infine se cambiamo di nuovo:“adesso posso sicuramente farti UNO SCONTO!”. Adesso l’attenzione è concentrata sul fatto che ciò che gli offri non è una fregatura o un aumento, ma un gradito sconto! Hai sicuramente capito che le inflessioni sono estremamente delicate da usare perchè il minimo errore può stravolgere il senso delle loro frasi, ma d’altra parte sono un potente aiuto per l’efficacia della tua voce nei tuoi dialoghi. Se per la velocità la parola d’ordine è equilibrio per le inflessioni la parola d’ordine è quindi attenzione nell’uso. Prima ti avevo accennato il fatto che gli elementi che rendono efficace la tua voce non hanno bisogno di particolari applicazioni perchè per usarli a proprio favore non devi fare altro che potenziare e sviluppare ciò che già, con nostra inconsapevolezza, usiamo tutti i giorni. La naturalezza infatti è importante sia per te (perchè altrimenti ti disorienti), che per il tuo cliente in modo da risultare più familiare, più umano. Ciò che ci rende più naturali sono i suoni intercalari, cioè quei suoni che tendono o a spezzare momentaneamente la tensione di un discorso o danno aiuto psicologico o grazie a termini precisi, al contrario, mantengono stabile la percezione di chi ti ascolta del tuo coinvolgimento in quello che dici (degli intercalari, intesi come parole, ne parleremo nel prossimo capitolo). Nel loro uso non c’è niente di male dunque, ma non bisogna esagerare. Infatti troppi “mmm…”, “ehm…”, “aah” invece che un salutare allentamento della tensione finiscono per insospettire il tuo interlocutore sulla tua credibilità perchè sminuisci addirittura la sua percezione del tuo grado di coinvolgimento nel discorso e della tua affidabilità! Stesso discorso vale per quegli intercalari come “diciamo”, “no?”,“chiaramente”, “cioè”: se è vero che il loro uso da un supporto psicologico alla nostra convinzione in quello che diciamo (io, tendo ad usare spesso il “no?”), l’utilizzo continuo tende a complicare i tuoi discorsi rendendoli difficili da “digerire” sia per quanto riguarda l’attenzione che la comprensione. Quindi, in sintesi, va bene usare i suoni intercalari, ma con moderazione. Se poi noti che utilizzi abitudinalmente troppo uno dei suoni prima citati, esercitati (anche dal vivo) a rimpiazzarlo facendo delle pause al suo posto: infatti le pause, non solo danno il tempo di memorizzare ciò che dici al tuo interlocutore, ma ti aiutano a trovare quello spazio necessario durante il quale trovare la giusta convinzione in ciò che dici. A Cura di Roberto D’Aloisio,
Autore di “I Segreti del Telemarketing”
Pubblicato da webmaster alle venerdì, maggio 08, 2009 0 commenti
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