mercoledì 30 dicembre 2009

Significato di alcuni gesti..

Direttamente dal sito "indagiocare.com" pubblichiamo alcuni significati dei gesti non verbali.
E' opportuno ricordare che non dobbiamo ricercare per forza un messaggio non verbale in tutte le comunicazioni; la vera arte comunicatoria sta nell'interpretare i messaggi, e non nel saperli leggere.


Toccarsi il naso: strofinare la parte inferiore del naso (sotto le narici) con il dorso della mano significa rifiuto. Sfregare la parte esterna significa tensione emotiva, coinvolgimento.
> Toccarsi la gola: la zona della gola è legata all'angoscia; quindi se non si vuole trasmettere questo stato d'animo al proprio interlocutore si eviti di giocherellare con catenine, sistemare cravatte o colletti o grattarsi questa zona.
> Rosicchiarsi le unghie: è un gesto che scarica la tensione di chi lo compie. Osservarsi le unghie, invece, è un'azione legata al senso del giudizio.
> Toccarsi le labbra: è un segnale di gradimento.

Qualora si stia parlando con un amico o un'amica anche in questo caso ci saranno degli atteggiamenti dell'altra persona che ci faranno capire cosa pensa di noi, se è disponibile oppure no, se è attratta da chi le sta difronte oppure no.
Sono segnali di gradimento gli avanzamenti del corpo, il mordicchiarsi le labbra, accarezzarsi i capelli, gambe e braccia non incrociate. Viceversa, sono gesti di rifiuto sfregarsi il naso con il dorso della mano, indietreggiare con il corpo, incrociare gambe e braccia.
> Portare l’indice ed il medio appaiati sulla guancia o davanti alle labbra: attenzione, riflessione.
> Accavallare le gambe ed intrecciare le dita delle mani attorno ad un ginocchio: atteggiamento caratteristico di chi è solito prendere le proprie decisioni con calma.
> Alzata di spalle, palme delle mani: debolezza passiva, manifestazione di resa.
> Togliere e mettere frequentemente gli occhiali: in un miope è indizio di ricorrente desiderio di non vedere, di non accettare una cosa ovvero un avvenimento di qualsivoglia genere.
> Aggiustarsi frequentemente il nodo della cravatta o i risvolti della giacca: tale gestualità può suggerire l’esistenza di un complesso di inferiorità (paura di non essere perfettamente a posto). Nei rapporti con l’altro sesso, accompagna di norma un qualche tentativo di adescamento; anche un venditore può, più o meno inconsciamente, tentare di adescare un cliente di sesso opposto. Toccarsi la cravatta o tirarla verso l’esterno serve anche scaricare (o a suggerire) la propria eccitazione. E’ anche l’equivalente della esibizione fallica molto frequente fra i primati.

martedì 29 dicembre 2009

La reputazione on line

Un interessantissimo articolo, dove l'autore ricorda ciò che io ripeto da un pò di tempo...ATTENZIONE A COSA PUBBLICHIAMO! Mi riferisco in particolare modo ai social-network. Grazie ancora a Stefano che cercherà di renderci più chiaro il concetto della "reputazione on line"

"La reputazione è un concetto inconsciamente riconosciuto e apprezzato da chiunque, anche da chi non possiede un particolare background di comunicazione, marketing o PR. Fateci caso: quando un’azienda o un professionista riesce a fidelizzarvi e a costruire un rapporto di fiducia con voi delle ottime motivazioni possono essere trovate nella reputazione e nell’idea che vi siete costruiti circa quel rapporto di business.

Eppure sono ancora in pochi coloro che scelgono di incrementare questo aspetto della propria immagine, e specialmente quando si parla di reputazione online si apre un vero e proprio buco nero nella mente degli utilizzatori del web.
In Italia esiste un concetto che deve ancora passare ed essere appreso dalla maggior parte dei navigatori: su internet noi siamo ciò che pubblichiamo.

Volete un esempio? Quante volte avete letto sui giornali casi di persone licenziate per aver inserito frasi sconvenienti e inopportune a riguardo del proprio ambiente di lavoro all’interno dei social network? Internet è un’immensa memoria collettiva, e tutto ciò che vi pubblicate all’interno si riflette e diffonde nel tempo.

E per chi non utilizza il web o è certo di non inserire alcun dato che lo riguardi? Anche in questi casi esistono delle problematiche circa la propria immagine. In primo luogo il fatto di non esistere sul web sta comunicando qualcosa alle persone che vi circondano. Pensate all’opinione che potrebbe farsi un vostro intervistatore desideroso di offrirvi un’allettante offerta di carriera, oppure un potenziale cliente invogliato a trovare un nuovo fornitore. Quale giudizio può assumere su di voi se letteralmente… non esistete!

D’altra parte, i vantaggi per chi possiede le conoscenze per gestire correttamente la propria reputazione online sono moltissimi. La reputazione digitale, in particolare, può diventare un vero e proprio volano per le vendite e il business.

Farlo può essere più semplice di quanto si pensi normalmente, ma solo a patto di conoscere le giuste strategie.
Il manuale dell’ufficio stampa 2.0 vi svelerà le migliori tecniche operative per raggiungere questo importante obiettivo."

A cura di Stefano Calicchio
Autore di “L’Ufficio Stampa 2.0″

sabato 26 dicembre 2009

La narrazione

Come possiamo definire, o meglio analizzare la Narrazione?

La Narrazione rappresenta la prima parte della retorica.

Rappresenta l'esposizione dei fatti.
La narrazione, per essere riconosciuta come ottimale, deve informare(docere) e piacere(delectare).

Fattori importanti costiutenti della retorica sono: la chiarezza,la brevità e la verosomiglianza.

La narrazione deve rispettare 4 punti:

1)La quantità delle informazioni(non devi dare informazioni più del dovuto)

2)La qualità(non devi dire cose che non hai prove adeguate)

3)Sii pertinente(evita le ambiguità)

4)Usa la deviazione provvisoria

Quest'ultima nella retorica antica Aristotele la chiamava disgressione, ossia deviazione provvisoria.Questa consiste nel trattare temi aggiuntivi pur non uscendo fuori dall'argomento trattato.Un esempio di deviazione consiste nel fare l'enumerazione dei punti principali molto simile a quanto detto nell'esordio.

Fonte

martedì 22 dicembre 2009

lunedì 21 dicembre 2009

Un corso di comunicazione efficace on line..

La comunicazione efficace

La comunicazione è uno dei termini oggi più usati e, talvolta, abusati. In generale, essa indica quell’insieme di segni e di messaggi – verbali e non – che servono per trasferire ad altri informazioni, ma anche emozioni e sentimenti.
Comunicare, infatti, non significa semplicemente informare, ma anche e soprattutto "entrare in relazione" con soggetti esterni a noi.

La parola è un dono che solo l’uomo possiede, ma anche gli animali possono comunicare e possiamo affermare che, per ogni essere vivente, non comunicare è praticamente impossibile.



Per quanto riguarda la comunicazione umana, un classico saggio del professor Albert Mehrabian ha dimostrato che solo il 7% del significato viene veicolato dalle parole pronunciate, mentre il 38% di esso viene comunicato attraverso la tonalità in cui vengono espresse, e il restante 55% non ha nulla a che vedere con le parole,bensì con la fisiologia. Il silenzio, uno sguardo, la postura, le smorfie del volto o il modo di respirare, l’abbigliamento o il profumo usato sono aspetti che "parlano" per noi e manifestano il nostro modo d’essere, l’universo dei nostri stati d’animo, ancor più delle nostre parole.



Il filosofo russo Gurdjieff sosteneva che "noi diventiamo le parole che ascoltiamo". In effetti, le cose stanno proprio così: le parole che ascoltiamo o che pronunciamo lasciano una traccia in noi. Tutte le parole, e in particolare quelle sbagliate, ci condizionano, seminando scorie, generando atteggiamenti distorti e "storpiature" che ci complicano l’esistenza e ci intossicano la mente. Una volta pronunciate, infatti,le parole vanno ad agire almeno su due cervelli: quello di chi parla e quello di chi ascolta. In entrambi, esse diventano materia mediante un preciso percorso chimico-fisico (oltre che simbolico) che attraversa corpo e psiche a partire dall’orecchio (Morelli, 2005).

Dal timpano, i suoni che udiamo procedono nel cranio verso una struttura denominata coclea, fanno vibrare l’orecchio interno e poi si incanalano nel nervo acustico, dove stimolano il nervo vago, che si dirama verso gli organi della respirazione, della digestione e della circolazione.

A livello centrale, invece, vengono interessate alcune aree del cervello e le zone vicine alle strutture uditive, come le aree limbiche e para-limbiche, dove le emozioni si trasformano in impulsi chimico-fisici e viceversa (Morelli, 2005).

Ecco perché quando una parola entra in noi (può essere una parola da noi pronunciata, o anche solo sentita, oppure una parola che ci viene detta) ha come conseguenza quella di modificare contemporaneamente le aree cerebrali e lo stato di alcuni visceri, con conseguenze sia a livello psichico che somatico. Ecco perché le parole che utilizziamo hanno il potere di farci star bene o di creare disagio, di influenzare le nostre relazioni, la fiducia in noi stessi, le possibilità di raggiungere i nostri obiettivi e di realizzare i nostri progetti.



Sostiene Morelli (2005) che il nostro cervello è un terreno fecondo su cui le parole, le nostre come quelle altrui (se sono nostre questo discorso vale anche per le parole solo pensate) cadono come tanti semi. Ascoltando se stessi e gli altri, si diventa il fertile ricettacolo di questi semi, che poi fruttificano e germogliano nel corpo. Ogni forma di comunicazione incide dunque nella nostra psiche, lavora nel nostro inconscio per giorni, mesi, anni, arrivando a cambiare la nostra mentalità e lasciando una traccia fisica nel nostro corpo. Gurdjeff aveva intuito giustamente: noi diventiamo per davvero le parole che ascoltiamo ma, ancor di più, quelle che pensiamo o pronunciamo e che continuiamo a pronunciare.



Che fare, allora? E’ importante diventare consapevoli della nostra comunicazione, degli effetti che essa ha su di noi, sui nostri interlocutori e sulle nostre relazioni per trasformarla in comunicazione efficace.
Affinché le parole diano sollievo e creino benessere, in noi stessi e negli altri, aiutandoci a ridurre lo stress, gli errori e le incomprensioni, è indispensabile acquisire consapevolezza di che cosa diciamo, di come parliamo, degli stati emozionali nostri e di coloro con cui stiamo interagendo, sia di persona che al telefono o attraverso una comunicazione scritta.

La consapevolezza è alla base dell’empatia: quanto più aperti siamo verso le nostre emozioni, tanto più abili saremo anche nel leggere i sentimenti altrui. Questa capacità che ci consente di sapere come si sente un altro essere umano entra in gioco in continuazione, sia in ambito privato (nelle relazioni sentimentali, con i figli o con gli amici) che in ambito professionale (si pensi alla giornata lavorativa di un venditore o di un dirigente).

Un fattore determinante affinché le relazioni interpersonali siano efficaci è l’abilità con la quale un individuo riesce ad entrare in sincronia emotiva con gli altri, che consiste nel rispecchiare a livello corporeo, in modo inconscio e impercettibile ad occhio nudo, gli stati d’animo dell’interlocutore.

Afferma Goleman che quando due persone interagiscono, lo stato d’animo viene trasferito dall’individuo che esprime i sentimenti in modo più efficace a quello più passivo.

Gli individui incapaci di ricevere e trasmettere emozioni sono destinati a relazioni interpersonali problematiche, dal momento che spesso gli altri si sentono a disagio con loro, pur non riuscendone a spiegare il motivo (Goleman, 1999).

Quelli che invece sanno entrare in sintonia con gli stati d’animo altrui, o riescono facilmente a trascinare gli altri nella scia dei propri, allora, dal punto di vista emozionale, godranno di relazioni interpersonali più armoniose. La caratteristica che contraddistingue un leader carismatico o un bravo executive sta proprio nella capacità di trascinare a sé gli interlocutori in questo modo.

La sintonia emotiva funziona nel modo migliore quando nasce al di fuori della sfera cosciente e quando sorge spontaneamente. Tuttavia, si tratta di un’abilità che si può apprendere, e che può contribuire a migliorare enormemente la nostra capacità di comunicare con gli altri.

Bibliografia di riferimento

Goleman, D. (1999) Intelligenza emotiva, Bur, Milano.

James, T., Shephard D. (2001) Presenting Magically, Crown House, Wales.

Morelli, R., (2005) Dizionario della felicità, Riza, Milano.

venerdì 4 dicembre 2009

Emozioni & Comunicazioni...

Vivo di emozioni, quindi, comunico

Ma chi ha detto che per comunicare serve necessariamente la parola? Noi comunichiamo in molti modi diversi, forse anche più eloquenti della parola stessa. Per esempio con le emozioni.

Comunichiamo le varie emozioni attraverso le espressioni del viso che si hanno per natura e parlano un “linguaggio universale”, capibile da tutti. Ci sono emozioni come la gioia che sono immediatamente comunicabili, senza alcun bisogno di parlare, di aprire bocca.

Rabbia, disgusto, paura, gioia, sorpresa e tristezza sono considerate le sei emozioni primarie, quelle che esprimiamo in modo universale, comuni in tutte le persone della terra. Sono emozioni leggibili da tutti, sono emozioni che comunicano determinati stati d’animo, che dunque, non hanno alcun bisogno delle parole per farsi comprendere.

E’ bene che Tu sappia che se anche il Tuo volto o il Tuo corpo può sembrare impassibile, ci sono dei piccoli gesti che rivelano esattamente l’emozione che provi in quel momento.



Spesso queste emozioni ci “fregano” e comunicano agli altri cose che non vorremmo mai che la persona davanti a noi percepisse.

Per esempio: se stai parlando con qualcuno e ad un certo punto la persona che hai davanti fa un passo indietro, è segno che prova disgusto o fastidio per qualcosa che hai detto o fatto.

Ed ancora: se mentre parla con Te, l’altra persona giocherella con qualcosa che tiene in mano, può essere un segnale di disagio.

Infine: se hai davanti una persona che preme la lingua sulla parte interna della guancia vuol dire che sta esprimendo un forte gradimento.

Naturalmente, questi sono solamente tre esempi. Ce ne sono a centinaia che si potrebbero raccontare. Quello che conta è che Tu devi essere consapevole che il Tuo viso ed il Tuo corpo comunicano emozioni ogni volta che parli e incontri una persona.

Tutto il Tuo corpo comunica “inconsapevolmente”le Tue emozioni: l’espressione facciale, il colorito, i gesti delle mani e, naturalmente, la voce.

In chiusura, posso affermare che l’emozione è il nostro primo linguaggio. Prima delle parole, arrivano sempre le emozioni. Questo perché le emozioni governano i nostri pensieri; sono loro che letteralmente ci “prendono per mano”e ci guidano inconsciamente. Anche nella comunicazione.

Quindi, emozionati pure ma sappi che, contemporaneamente, comunichi le emozioni che provi alle persone che hai davanti.

Come afferma anche il Professor Antonio R.Damasio, una delle figure di maggior spicco nel campo delle neuroscienze:“Grazie alle emozioni siamo creature sociali, in grado di vivere con gli altri”.

Ma che mondo sarebbe senza le emozioni? Lasciami pure un commento al post.

Giancarlo Fornei
Autore di Penso Positivo